Storia minima
( venerdì, 14 novembre 2008; 16:41 )

"Morirò di dolore!", pensò, agitandosi tra le coperte. "Morirò di dolore questa notte stessa! Mi è impossibile sopravvivere agli eventi!".

Il giorno dopo, mangiava biscotti.


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Mi dispiace.
( sabato, 06 settembre 2008; 19:47 )

Lascia che ti dica una cosa, riguardo al tuo Dio. L'ho conosciuto, e non è stata una storia semplice.

All'inizio, andava tutto bene. Io facevo le mie cose, lui le sue, che ci fosse o meno non mi dava fastidio. Ma ero già giovane, oh, incredibilmente giovane quando le cose iniziarono ad andare male.

Le mie prime critiche furono in sordina. Poca cosa, fatti quotidiani, c'era il libero arbitrio e non potevo che dargli retta, per il resto. Ma è stata colpa mia, solo colpa mia, se poi le cose sono degenerate.

Frequentavo pessime compagnie e ascoltavo pessima musica. La realtà mi si rivelò per quello che era ed è ancora, ovvero una massa incasinatissima di orrore e bellezza, di morte e vita, di merda e di fiori. Non vedevo la traccia di un disegno intelligente nemmeno a impegnarmi.

I miei commenti si fecero sempre più sarcastici, violenti, cattivi. Ma lui non mi rispose mai. Se ne stava là, distante. Nemmeno mi guardava.

Iniziai a provocarlo. Lo sfidai, lo offesi. Ma quel divino buffone, quell'impreparato demiurgo non si girò a guardarmi.

Avevo un coltello, piccolo ma affilato. Non guardarmi così, all'epoca tutti avevano un coltello. Sarebbe stato da scemi non avercelo, te lo dico io.

Lo attaccai, chiaramente alle spalle. Due coltellate nella schiena, ma nemmeno quella volta si voltò. Cadde riverso, senza dire una parola.

Finii al riformatorio che non avevo nemmeno tredici anni. Ci restai per un po', alla fine ero riuscita a farla bere alla giuria come abuso di legittima difesa. Lui era tanto più vecchio e potente di me, era facile crederci. Mi vantavo, allora, di quanto non mi pentissi di quello che avevo fatto. Giuravo che appena uscita sarei andata a terminare il lavoro, se non era ancora morto, oh yes. Passavo per una dura, là dentro.

Tutta scena, appena uscita stavo peggio di prima. Provai ad accattivarmelo. Dicevo cose del tipo “Oh, se questa giornata di sole è opera tua, complimenti, ottimo lavoro”; ma quelle frasi erano false, non sentite. In realtà per me il mondo era fatto di atomi, carbonio, ossigeno, forze elettriche e meccaniche e magnetiche, e lui non c'era.

Per farmi sentire in colpa, alcuni mi dicevano che c'era, era sempre vivo e aspettava delle mie scuse. Troppo tardi, la mia vita sarebbe continuata senza di lui.



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Champagne Supernova
( sabato, 08 marzo 2008; 16:46 )

La metropolitana di San Pietroburgo ha un ritmo dondolante che mi incita al sonno. La stanchezza copre anche quell'inquietante suono di ferraglia che viene da fuori. Rischio seriamente di addormentarmi quando, per mia fortuna, sento la calda e rassicurante voce dello speaker che dice "Nievski Prospekt". Mi alzo, so già che se non mi sbrigo tra poco dirà "Ashtaroshna, dvieri zakravaiuza", e le porte si chiuderanno. Sono fuori.

L'ingresso della metropolitana è sempre una sorpresa. Da fuori sono edifici piccoli, brutti e sporchi. Dentro, trovi delle scale mobili lunghissime, che portano a saloni imbiancati di recente, puliti, alcuni anche piuttosto belli, arricchiti da lampade liberty o da affreschi.

Questa città è veramente assurda. È assurdo come tutti fingano di essere in Europa, facciano acquisti in negozi di multinazionali europee, vadano a mangiare al ristorante giapponese, che in Europa fa così tendenza, ma continuino con i loro soliti modi russi. Camminano come se qualcuno li inseguisse, non guardano nelle vetrine, non si fermano a chiacchierare nel mezzo di strada, quando girano per la città non parlano nemmeno. A San Pietroburgo non esci a fare una passeggiata o un giro in centro. Esci se hai uno scopo, se devi andare da qualche parte o se devi comprare qualcosa. Io sono italiana e pure provinciale, per me il giro in centro è sacro. Qui mi prendono tutti in giro: pensano che sia un comportamento sciocco, da turista, senza il minimo senso. È allora che mi accorgo veramente di essere in una città straniera, non tanto quando all'angolo della strada mi vogliono vendere matrioske o spille dell'URSS.

È aprile e fa parecchio più caldo di quanto mi aspettassi. Sto male, a dire la verità. Ho passato la notte a bere grappa ucraina al peperoncino e a fumare non so cosa col narghilè con gente improbabile, vecchi amici. Stamattina mi sono svegliata alle sei scossa da un terremoto di pancia. Pensavo di vomitare e invece erano solo le mestruazioni. Preferivo vomitare. Mi tolgo il cappotto, pesante, nero, e me lo carico sotto il braccio.

Questa città enorme, dove tutto è enorme, mi sembra tutta uguale, con questi palazzoni inquietantemente belli e anonimi. Mi ci oriento male, sono abituata ai piccoli borghi medievali.

Ormai dovrei essere dalle parti della moschea, se non sbaglio. Sì, non lontano c'è uno dei ponti sulla Neva, un'altra fermata della metropolitana e un piccolo parco. Mi andrò a sedere su una panchina a dar da mangiare ai corvi e a guardare la Neva.

No, cristo, non può essere vero.

Al parco, una vecchia gira con una scatola di cartone con dentro dei gattini. Chiede l'elemosina. Nessuno le presta attenzione. Allora si avvicina a un gruppetto di corvi, estrae un gattino dalla scatola, e lo tira in testa a un corvo. Non sto scherzando. Quella vecchia sta rincorrendo un corvo cercando di prenderlo a gattate. E la cosa più inquietante è che ride, ride con quella sua bocca sdentata e la sua scatola di cartone, e sgambetta, gioiosa e rinsecchita.

Come al solito, sono la sola a fissare la scena a bocca aperta. Qui, tutto è normale.

Anche il tizio che chiede l'elemosina col cucciolo d'orso davanti all'Hermitage. Normale, ve lo giuro. Il bastardo se ne sta lì, con una bottiglia di vodka e un cappellaccio, e ghigna, chiedendo qualche spicciolo. Nessuno che lo degni di uno sguardo. E l'orsetto resta lì, col muso e le zampe legate, sotto il sole, immobile.

Questi qui non hanno tempo per respirare, figuriamoci per farsi gli affari dei mendicanti e delle loro bestie.

Ormai non fa più così caldo, e quindi mi rimetto il cappotto. Vado a farmi un giro in uno di quei centri commerciali enormi, in palazzi bellissimi. Una signora calva si sta provando diversi modelli di parrucche. Poco avanti, un gioielliere vende diversi tipi di ambra. La più costosa ha dei pezzettini di roba dentro. Misha mi diceva che per vedere se è vera ambra, bisogna metterla sulla fiamma dell'accendino. Non mi ricordo perché, forse profuma.

È strapieno di negozi delle grandi firme italiane della moda. E, ovviamente, chi c'è dentro a questi negozi? Italiani, esatto. Vedendo una ragazzina meditare sul prezzo in rubli di una borsa di pelle, finalmente mi sento un po' a casa.

Al piano terra vendono articoli per la casa, giocattoli e altre cose meno lussuose del primo piano. Hanno di tutto, dai materassi alle vestaglie leopardate. Troppo trash, la vestaglia leopardata. Me la provo, mi guardo in uno specchio e sghignazzo tra me e me. Sicuramente è la cosa più divertente che mi sia capitata oggi. Seduti a tavola e magari con l'aiuto di qualche bicchiere di vodka, i russi sono simpaticissimi e loquaci, ma per la strada o sulla metropolitana sembro sempre la classica chiacchierona italiana.

Un altro dettaglio: qui uno mangia quando ha fame. Gli orari dei pasti non ci sono. Mi sono stati offerte patate lesse e carne alle cinque di pomeriggio come il riso con peperoni e pollo alle undici di sera. E io ora ho fame.

Giro alla ricerca di un ristorante che mi attiri. Vorrei evitare il  McDonald's o il Pizza Hut, o il kebab   –per quanto il kebab georgiano sia delizioso. Vorrei un posto dove possa rilassarmi e guardare un po'intorno, per vedere se riesco a capire qualcosa di questa città. La catena che fa blin dolci e salati mi piace, ma non ho mangiato altro per tutta la settimana che sono stata qui.

 Caffè Stroganoff. Cucina russa.

Entro. Un cameriere piuttosto elegante mi accompagna al tavolo. L'arredamento è quello tipico dei ristoranti di lusso internazionali. Ma il menù è in russo.

Ordino un non so cosa che il cameriere mi ha garantito commestibile per un vegetariano e champagne. Nei romanzi russi tutti bevono champagne manco fosse Sprite, almeno una soddisfazione me la dovrò togliere.

Il non so cosa è a base di patate e panna acida, e ha un buon sapore. Lo champagne è buono, mi capisce, mi rallegra. Non so se è un'esclusiva delle donne questa simpatia per lo champagne… Fatto sta che la bottiglia è vuota, e io sono molto più bendisposta verso il mondo.

Pago il conto sorridente e barcollante, giro ancora per la città al buio.

Qui sono pochi quelli che di notte escono. I ragazzi vanno a giro tra le sette e le dieci-undici, praticamente la nostra ora di cena. Giro sola e ilare per il lungofiume. Mi siedo su di un ponte, anche perché non so quanto a lungo potrò camminare senza crollare. Stasera le stelle non si vedono molto bene.

Perché sono qui? È già una settimana, e non mi sono ancora decisa ad andarmene.

Io ci speravo veramente. Non è colpa mia.

Ho preso un aereo per venire da te. Non me ne frega niente dei ponti, dei corvi, della Chiesa sul Sangue e compagnia. So che sembra stupido, che forse tu ora starai ridendo da qualche parte con i tuoi amici, magari dirai anche che le italiane sono veramente pazze, gli basta poco, sai, una carezza, un bacio e un paio di email che pensano subito di aver trovato l'amore della loro vita, ma io sono qui per te, per sentirti ridere di nuovo, per le tue braccia così bianche e così forti, per non pensare alla Lufthansa e agli aerei che partono, per non pensare a un domani, per un presente eterno e senza problemi, con il cielo pulito, in una supernova di champagne.


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Di cosa avrei veramente voglia
( sabato, 08 marzo 2008; 15:30 )

Datemi una notte d'estate, a Luglio, da qualche parte a Sud, su un'isola.
Una notte più vecchia del tempo, avvolta dal vento caldo che viene dal mare, la luce delle stelle che illumina a giorno.
Una grande casa demodée, abbandonata dall'antico splendore, con un nome vecchio e opaco che rimanda ad altri fasti come una targa d'ottone annerita: Villa Ornella.
Un vasto giardino abbandonato, attraente e pericoloso come l'abisso.
L'amaca, il tavolo di vent'anni fa, le sedie scheggiate, la luce fioca della veranda, le zanzare e il geco che "no, non lo mandare via, che se le mangia e porta fortuna", un gattaccio che passa lontano.
Confortati dall'assenza del tempo, le parole si confondono col frinire della cicala, con un frullo d'ali tra i rami.
Mojitos freschi fatti in casa in quei bicchieri l'uno diverso dall'altro, "che è buono perchè c'è la menta del giardino", bianco giallo verde, un altro bicchiere, ghiaccio tritato, "via, andiamo per il terzo".
Parole che scivolano lente, risate che scoppiano e brillano, profumi freschi e salati, dolcezza dei sensi che vaga per la notte lunga lunghissima. Non c'è molto da dire ma molto da ascoltare.
"Che poi si potrebbe andare anche a vedere l'alba, non manca molto".
Passi strascicati nella polvere, fa ridere un po' trovarsi a camminare qui, vicini, in questo falso buio, un senso di piacere quasi colpevole.
Rosso, Arancione, Oro.
 
Life was filled with wonder
I felt the warm wind blow

Impossibile nella sua bellezza.
 
Che avrebbero potuto esserci stati anche dei bambini e non avrebbero dato fastidio, li avremmo lasciati perdere nel mistero della notte, di un cumulo di terra, un verso sconosciuto, un odore bello e strano. Forse gli avrebbe lasciato dentro un ricordo felice, vago e indeterminato, che crescendo si sarebbe mischiato ai desideri, generando un sogno.

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Buon Natale
( sabato, 08 marzo 2008; 15:28 )

Dalla finestra entra timido e debole un raggio di luce bianca del lampione sulla strada. Il pavimento è freddo, come tutta la stanza, del resto. Odio quest'umidità che ti entra nelle ossa e nella testa, ma il riscaldamento non va e questo è quanto. Vado in cucina a prepararmi del tè. Tutto è immobile e silenzioso, e mi chiedo perché sia sveglio e non stia dormendo come il resto del mondo intorno a me. Solo, rompo questa perfetta staticità, e mi dispiace. Mi sento quasi colpevole.

Non ho voglia di far bollire l'acqua, ficco la bustina direttamente in quella calda del rubinetto. Diventa gialla, ma il sapore non cambia. Mi sento quasi peggio, e decido di profanare definitivamente questa quiete. Quanti silenzi affrontiamo nella vita? Inquisitori, imbarazzati, eloquenti, pensierosi, necessari, piacevoli, felici, ma facciamo di tutto per distruggerli. Il rumore lo odiano tutti, ma è il silenzio che fa paura. C'è chi ci si abitua, i beduini del deserto, i soldati nelle basi militari sperdute, gli eschimesi forse, ma non sono così fortunato.

Accendo la televisione. Ci sono dei bambini, ma non sono quelli finti delle pubblicità, quelli che sembrano già terribilmente adulti, già ossessionati dagli status symbol, dalla moda e persino dalla carriera. Sono bambini veri, di quelli che vedi tutti i giorni per strada, vestiti come vogliono le loro mamme, ancora lontani dall'immaginarsi un mondo peggiore, non ancora corrotti, felici. Sorridono di fronte alla telecamera e parlano malvolentieri. Rispondono alle domande del giornalista con orgoglio e dignità, mentre dietro le madri ammiccano e fanno risatine isteriche. Cambio canale e mi si para davanti una donna con i capelli biondo platino, la pelle arancione- lampada, dei grossi seni rifatti e un minuscolo vestito che mette in risalto un corpo scolpito da ore di palestra. Sta urlando contro un'altra donna identica a lei, diversa solo per qualche dettaglio del vestito e per i capelli, mori e ondulati. Interviene un uomo alto, con i capelli corti e scuri, occhi azzurro-lente a contatto, molto muscoloso, che urla ancora più forte. Non si capisce di cosa stiano parlando, i loro discorsi sono pieni di modi di dire cretini, forme gergali, insulti e frasi fatte. Cambio ancora canale. Una giornalista parla con voce commossa del disagio dei barboni nelle periferie delle grandi città, specialmente adesso che fa così freddo. Scorrono immagini di senzatetto più cenciosi, rassegnati e sofferenti del reale. Spengo la televisione.

Mi metto a fissare il cellulare nella speranza che qualcuno si ricordi di me. Mi andrebbe bene anche uno che ha sbagliato numero. Cosa me ne faccia, poi, del cellulare, lo so solo io. Era in offerta speciale.

Mi affaccio alla finestra dalla quale entra la luce. Fuori nel buio ci sono mille lampadine accese, decorazioni e piante addobbate. Dalla finestra del palazzo di fronte si vede una ragazza. Non è né particolarmente bella né mostruosamente brutta, ha i capelli castani lunghi fino alle spalle e un maglione marrone. Legge una rivista. Alza lo sguardo e sembra vedermi. Si avvicina alla finestra e mi saluta, sorridendo. Spaventato, tiro le tende e mi allontano. Come posso averla conosciuta? Magari lavora nei dintorni, forse eravamo nella stessa classe, oppure era amica di amici. Onestamente, non me la ricordo. E se non mi conoscesse affatto? Se fosse una di quelle persone sicure di sé malgrado tutto, aperte e socievoli, estroverse e sorridenti? Era tanto tempo che qualcuno dell'altro sesso non mi sorrideva; lo specchio mi dà la mia solita immagine, non sono poi più affascinante del solito.

Provo a ritornare a letto, forse mi è venuta voglia di dormire scoprendo che non sono l'unico con problemi d'insonnia nel quartiere. Mi sdraio e non posso fare a meno di iniziare a pensare. A pensare a quello che mi è successo negli ultimi anni, a quello che ho visto e a quello che avrei voluto fare. Alle occasioni mancate e alle scelte sbagliate, alla continua sensazione di disagio e alla continua confusione dei miei rapporti con gli altri. Agli altri, a quanto le persone sembrino non pensare più a niente ma essere continuamente sopraffatti dalle loro emozioni.

Quando è successo?

Quando i bambini silenziosi e intelligenti hanno iniziato a vomitarsi addosso i loro sentimenti e le espressioni dei loro istinti più bassi?

Quando ho iniziato ad avere paura degli altri, ad evitarli e a rinchiudermi nella fredda tranquillità dei miei silenzi, evitando il confronto?

Forse da quando la tragedia, l'odio e l'indifferenza sono diventati parte della mia vita quotidiana. O da quando l'isterica violenza del sentimento e dell'emotività hanno preso il sopravvento sulle idee e sulle sensazioni vere. E io, con il mio vittimismo, ho fatto il resto.

Nascondendomi dietro la tenda, guardo la mia amica insonne. Forse anche lei pensa le stesse cose che penso io, forse anche a lei la vita ha giocato qualche brutto tiro, anche lei la notte non riesce a dormire.

Però lei sorride.


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Il giorno più bello della mia vita
( sabato, 08 marzo 2008; 15:27 )

Il cielo sembrava crollare sotto il suo stesso peso, il vento scuoteva il mondo, forte, sempre più forte, volavano via alberi tetti case persone auto, mugghiava il vento, ruggiva il tuono, scrosciava la pioggia, urlava il mondo con il furore e la paura di cui era capace.

Sdraiato a terra, aggrappato all'erba per non essere sbattuto di qua e di là, atterrito meravigliato sovrastato dalla furia, mi limitavo a fissare tutto aprendo gli occhi quel poco che potevo.

Nel caos totale, colpivano i piccoli particolari: l'ombrellone a strisce impigliato nei fili della luce, il gatto che era strisciato sotto la veranda, i panni che erano stati stesi volare qua e là.

L'ululato della sirena della protezione civile lottava disperato col frastuono imperante. Una famiglia corse verso un'ambulanza che era riuscita ad arrivare fin lì. Mamma papà due figli una figlia e cane Labrador vennero fatti salire. Poche decine di metri, e l'ambulanza si rovesciò. Distolsi lo sguardo.

La natura non si era ancora placata, voleva vincere di nuovo, scuotere spazzare lavare tutto ciò che gli apparteneva. Il cielo era nero, la pioggia fredda e scura, il vento gelido e implacabile.

A un tratto, la catastrofe sembrò riprendere fiato. Tutto sembrava più calmo, di minore importanza. Vidi addirittura delle persone camminare.

Fu allora che la bufera tirò il suo colpo più basso. Un lampo più forte degli altri, e tutto riprese a correre e a urlare. Era scoppiato un incendio, incredibilmente grande, veloce a propagarsi e vicino a me. La pioggia non lo spengeva, aumentava solo il fumo denso e acre.

Strisciai nell'erba fradicia, piangendo per il fumo e per la paura, fino a che ne ebbi le forze. A un certo punto il terrore ebbe la meglio, mi fermai per lasciar vincere il disastro. Porsi il petto al colpo di grazia. Del resto ero solo un essere umano, era giusto lasciarsi sconfiggere dal mostro. Un'unità in più nel bilancio delle vittime.

Alzando lo sguardo per affrontare il destino che mi ero appena scelto, vidi che una decina di metri più là, c'era una sorta di buco, quello che un tempo doveva essere stato l'ingresso di una cantina. Ripresi a strisciare. Il buco era chiuso da una porta di legno marcia, che mi sembrò di piombo, quando tentai di aprirla. Scesi cautamente. Non c'era luce, puzzava, era sudicio e sentii un ratto strisciarmi vicino. Rabbrividii. C'era poco da sperare di sopravvivere: entrava acqua e l'incendio forse sarebbe arrivato anche lì.  Avevo freddo, stavo male, cercavo di dormire e non pensare.

Ad un tratto, sentii un singhiozzo soffocato. Cercai l'accendino, e feci un po' di luce.

È stato allora che ti ho incontrato


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